Al Laghett: mondeghini, risott e un progetto per l’Africa nei pressi dell’abbazia di Chiaravalle

Eccellenze - 135 anni di ristorazione all’insegna della milanesità. Una trattoria che vale il viaggio e il pellegrinaggio

Eccellenze – 135 anni di ristorazione all’insegna della milanesità. Una trattoria che vale il viaggio e il pellegrinaggio. Alla regia Rosella Gerosa e la madre Pinuccia, ambasciatrici di una lunga storia di famiglia e di una cucina che sa di buono e solidarietà.

di Cristina Viggè

Il bellissimo pergolato della trattoria Il Laghett

di Cristina Viggè

Nel logo rivive il luogo. Ed è condensato il valore profondo del luogo, ritratto sul finir dell’Ottocento: un laghetto con l’Abbazia di Chiaravalle e la Ciribiciaccola sullo sfondo. Poi lo specchio d’acqua divenne uno stagno, mentre il monastero cistercense continua a vivere serenamente. Così come prosegue la sua avventura la trattoria che da quell’acqua pescò nome, sogni e ispirazioni: Al Laghett. Posizionata a due passi dal baluardo monacale (fondato da San Bernardo di Clairvaux nel 1135), in un’urbe milanese che cede il passo al verde della campagna e al Parco della Vettabbia. Furono i giovani e visionari sposi Emma e Vittorio Gerosa ad accorgersi della bellezza e della potenzialità del posto, acquisendo la locanda (che già c’era) ed elevandola a novella tappa gustosa: sia per i viandanti sia per gli operai delle acciaierie Redaelli (che da lì passavano per il grigioverde, un mix di grappa e menta). Correva l’anno 1890, l’Italia unita aveva una trentina d’anni e loro, Emma e Vittorio, si impegnavano a far crescere l’insegna e ben quattro figli. Fra cui Arturo. «Mio nonno, padre di mio padre Vittorio», precisa Rosella, che ancora tiene le redini della trattoria, affiancata dall’ultranovantenne e dinamica mamma Pinuccia.

La grinta dei Gerosa

«Noi qui accogliamo tutti», continua Rosella. Ribadendo un senso di ospitalità insito nel Dna. Ereditato e trasmesso con passione, devozione, coraggio, fatica, lungimiranza e speranza. Quella che tiene accesa la fiamma, anche quando scende il buio. Perché talvolta, purtroppo, il buio arriva. Come nel 2010, quando viene a mancare Paolo, per tutti il “gè”, fratello di Rosella, operativo in cucina. Ma tutti si rimboccano le maniche. Incluso lo storico maître Angelo Spelta, che incoraggia il figlio Mauro, uscito dall’alberghiero, a raggiungerlo, per governare i fornelli. Incluso Matteo, figlio di Rosella e del marito Enzo, che si unisce alla solida compagine, per dare una mano in sala, nel ruolo di sommelier. Sotto il segno di tutti per uno, uno per tutti. Perché insieme si può andare lontano, specialmente quando c’è una tradizione da sostenere e reiterare. E quando c’è un’icona milanese da proteggere, tutelare e divulgare. Un luogo luminoso Al Laghett: avvolgente dentro, regno del legno e dei mattoni; raggiante fuori, dove i commensali si possono accomodare al fresco del pergolato e del bersò, fra i profumi del glicine e le erbe dell’orto. Un luogo amato da sempre. Ieri e oggi. Dalle famiglie altolocate, che spedivano in carrozza i maggiordomi a prender bolliti e cotolette, in un takeaway ante litteram, alle famiglie più semplici. Sino alle celebrità: da uno scultore come Andrea Cascella a un attore come Dario Fo, da Walter Chiari a Renato Rascel, da Gianni Morandi ad Al Bano, da Gualtiero Marchesi a Carlo Cracco.

Rossella Gerosa con la madre Pinuccia (foto essebi©2024)

Tutti insieme per Il Malu 

Luce e sole Al Laghett. E ancora qualche nuvola e ombra. Quando nel 2020 si spegne all’improvviso il giovane Matteo Malusardi, quinta generazione dei Gerosa. «Ma i suoi amici del mare si sono subito attivati per ricordarlo e mantenerne viva la memoria. Così hanno dato forma all’associazione di volontariato Il Malu, con sede a Lucca. Lo scopo è quello di raccogliere fondi, da devolvere in beneficenza. Loro organizzano serate in Versilia e noi contribuiamo con pranzi, cene solidali e anche con un libro», racconta Rosella. Evocando il volume, corredato di foto e documenti d’epoca, Al Laghett, incontri sotto il glicine (si può prenotare una copia inviando una email allaghett@gmail.com), realizzato in combo con la collega insegnante Maria Paola Lembi. Perché il leitmotiv è sempre quello: l’unione fa la forza, soprattutto nei momenti di difficoltà. Basti pensare che, festeggiando idealmente i 40 anni di Matteo, l’associazione ha supportato il progetto Qiqajon, gruppo francescano che, mutuando il nome dall’alberello che Dio fece crescere sopra la testa del profeta Giona per concedergli riposo e frescura, sostiene minori e famiglie in difficoltà. «Abbiamo contribuito ad ampliare i laboratori di falegnameria, informatica e teatro», dice fiera Rosella. Inoltre, lo scorso dicembre, insieme all’odv Il Pozzo dei Desideri, Il Malu ha concorso alla costruzione di un pozzo per l’acqua in un villaggio del Malawi. E non finisce qui. Evocando il lato più sportivo di Matteo, si organizzano quadrangolari di calcio, nonché la Coppa Malu, competizione-charity di basket che ha già permesso la realizzazione di un campo da pallacanestro in Burundi. Dove, appoggiandosi a Vispe (Volontari Italiani Solidarietà Paesi Emergenti), si è pure riusciti a garantire il rifornimento di latte in polvere per un anno.

il volantino dell’iniziativa benefica coppa Malu

Un risotto sotto il glicine

«Da noi si usa chiamarli così: mondeghini», puntualizza Rosella. Accendendo i riflettori su una delle pietanze più iconiche della trattoria, insieme al pollo alla diavola. Il resto? È un tributo alla milanesità, fra insalata di nervetti, risotto al salto, ossobuco di vitello, trippa, rustisciada e cotoletta (che è meglio prenotare). Concedendosi qualche divagazione succulenta, grazie a gnocchi al brasato, tortelli di zucca con gras de rost e pappardelle al sugo di cinghiale. Naturalmente tutto fatto in casa. Come insegnò bisnonna Emma.

I glicini del pergolato del Laghett.

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