Se attraversare la strada è diventato un rischio calcolato, chi lo sta calcolando per noi e quanto vale esattamente? Una morte in strada ogni 9 giorni è un bollettino che i milanesi non vogliono più ricevere. I dati parlano di un miglioramento, i cittadini percepiscono pericolo. La sfida per la Milano di domani è riscrivere il rapporto tra la mobilità, i milanesi e il vivere la città

Di alcune giornate ricordiamo un dettaglio minuscolo, una luce che cambia, un rumore di fondo; di altre, come il 5 novembre 2011, resta invece la vibrazione di una città che, per un istante, smette di parlare: Giacomo Scalmani, 12 anni, in bicicletta lungo via Solari, costretto a invadere la corsia del tram da un’auto messa dove non doveva stare, e quel tram 14 che arriva nel momento sbagliato, nell’angolo sbagliato, in una Milano che allora si accorse di colpo di quanto fosse fragile il gesto più semplice — muoversi — e di quanto potesse essere letale un’incuria qualsiasi, una distrazione qualsiasi, una sosta di troppo. Giacomo morì li, su quell’asfalto, su quei binari. Assordante fu il rumore delle parole dei giorni successivi, l’elenco delle promesse, le frasi su “mai più” che qui tornano come le stagioni: si discute, ci si stringe, si posa un fiore o una bicicletta bianca nel caso di Giacomo – che potete ancora vedere all’imbocco di via Solari da via Bergognone – e poi si torna a vivere, e a furia di vivere si dimentica.

La storia si ripete
Capita così, quindi, che 14 anni dopo, quasi nello stesso giorno del calendario, il racconto riparta da un’altra mattina ordinaria: Franco Bertolotti, 87 anni, esce di casa in via Fratelli Bronzetti per comprare il pane e attraversa sulle strisce all’incrocio con via Macedonio Melloni; un furgone bianco lo prende, lo sbatte via, poi fugge; il quartiere si ferma pochi minuti, qualcuno chiama i soccorsi, qualcuno guarda le telecamere, qualcuno pensa “poteva capitare a chiunque”; all’ospedale poco dopo Franco muore, e in tutti resta quella sproporzione tra il gesto minuscolo e l’esito definitivo, tra il bisogno quotidiano di attraversare la strada e l’impossibilità — evidente — di farlo senza pagare un prezzo che non dovrebbe esistere.
Nelle stesse ore, poco più a sud, in via Bernardino Verro, un ragazzo di 12 anni viene investito da un altro furgone mentre cammina nel suo quartiere. Verrà portato all’ospedale in elicottero in codice rosso in condizioni disperate.
Non serve la sfortuna, diciamolo con chiarezza: basta uscire di casa e trovarsi nel posto sbagliato della città giusta, quella che corre per definizione e che, proprio perché corre, scivola addosso ai fatti.
La scena è sempre la stessa: il botto, le sirene, il titolo, la rabbia, la raccolta firme, la riunione in municipio, i messaggi istituzionali, e poi quella capacità collaudata di assorbire tutto senza cambiare quasi nulla.
Ci indigna per qualche ora la storia del singolo, ci rassicura per giorni la lingua neutra dei comunicati; finché il singolo non siamo noi o qualcuno che conosciamo, e allora capiamo che non è mai stato un fatto “degli altri”.
Cosa dicono i numeri
Ci sono i numeri, certo, e i numeri aiutano a non farsi travolgere dalla retorica e dall’emotività, ma qui i numeri mostrano soprattutto un’abitudine: nel 2024, dentro i confini del Comune di Milano, i dati più attendibili – difficile trovarne di certificati – parlano di 38 vittime; significa che sui 12 mesi abbiamo 1 persona che muore in strada ogni 9 giorni. Ben lontani dallo zero di Helsinki nel 2024 e abbastanza per poter parlare quindi di “trend” e di “andamento” che ci mette di fronte ad un’amara realtà: attraversare la strada è diventato, un rischio calcolato, un dato statistico.
E se il rischio è calcolato, qualcuno — quasi mai noi — ha deciso al posto nostro che quel rischio è accettabile. Ad onor del vero bisogna essere corretti e registrare che i numeri in nostro possesso al momento delineano un quadro in leggero miglioramento negli ultimi anni e decisamente positivi nell’ultimo decennio.
Se guardiamo solo ai pedoni uccisi sulle strade di Milano, nel 2024 sono stati 10 e per ora nel 2025 siamo a quota 5. Negli ultimi 10 anni siamo passati da un totale di 51 morti per incidente stradale nel 2015 ai 38 del 2024, con un netto miglioramento anche nel numero totale degli incidenti che nel 2005 erano oltre 15 mila e che 20 anni dopo registrano la cifra di 7.743 nel 2025.
L’ultimo dato interessante riguarda il numero totale di feriti sulle strade milanesi, anche questo in calo rispetto agli ultimi 5 anni, ma pur sempre elevato: nel 2024 ci sono stati 9.585 feriti.

La città di domani che deve agire oggi
C’è poi l’altra storia, quella della città che si definisce smart, che misura i flussi, che sa quante auto passano in ogni varco di accesso all’area B e quanti secondi impiega un semaforo a cambiare ciclo, la città che annuncia progetti pilota, che programma zone 30 in mappe ordinate: tutto vero, tutto utile, tutto misurabile.
Sfortunatamente gli interventi reali dovrebbero essere molto più vicini all’asfalto dove la segnaletica orizzontale scolorisce più in fretta della buona volontà e dove la realtà non è una dashboard ma un attraversamento in penombra, un dosso che non c’è, un limite a 30 km/h che rimane solo un grosso numero scritto su un cartello.
Dopo ogni vittima della strada arriva il rito: fiori, foto, candele, un’ipotesi di autovelox, una conferenza stampa, e intanto le vite reali proseguono, perché le città hanno questa dote crudele di metabolizzare tutto, anche il “non metabolizzabile”. Non serve conoscere Franco Bertolotti per conoscere bene la sua routine: casa, angolo, strisce, pane; conoscere il passo lento, la prudenza di chi ha imparato a fare le cose con ordine. Per capire ancora una volta che potremmo essere noi.
Il punto, alla fine, è tutto qui: attraversare la strada non dovrebbe essere un atto di fede, e in una città che si definisce adulta non dovrebbe richiedere né coraggio né fortuna, soltanto regole comprensibili e forme che le rendano inevitabili.
Invece noi continuiamo a trattare la sicurezza come un tema di buone intenzioni e cattive abitudini, mentre basterebbe dire — e poi fare – che la velocità in città deve essere quella umanamente possibile, quella che si allinea con il nostro ritmo di vivere la città, non quella scritta sul cruscotto di un Suv o decisa da un codice della strada costruito intorno alle auto.
Bisognerebbe essere tutti d’accordo che una morte ogni 9 giorni non può essere “il costo del vivere in città” ma un bollettino che non accettiamo più di ricevere.
Non so se questa Milano cambierà perché finalmente lo vuole o perché non potrà fare altrimenti; so però che finché considereremo “normale” rischiare la vita per andare a comprare il pane, continueremo a stare in quell’equilibrio insostenibile tra indignazione e indifferenza.
E allora la domanda, semplice e durissima, resta questa: se attraversare è diventato un rischio calcolato, chi lo sta calcolando per noi, quanto vale esattamente, e per quanto ancora ci diremo che va bene così?
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