
Mai come in questo caso il titolo di una serie appare meno incisivo della forza della sua sceneggiatura. Hostage, nuova produzione britannica distribuita su Netflix, si inserisce nel filone già consolidato del thriller politico internazionale, ma si distingue per compattezza narrativa e intensità emotiva. Dietro un titolo, forse troppo generico, si cela una trama calibrata con precisione da Matt Charman, che ha sviluppato un racconto in cinque episodi dal ritmo serrato, perfetti per una maratona Tv.
L’ambientazione
Sullo sfondo, il tema delle alleanze politiche in un’Europa ancora segnata dalle fratture del periodo post-Covid, tra crisi sanitarie, tensioni sociali e difficoltà economiche. Il cuore della vicenda è l’asse Francia–Inghilterra, protagoniste la premier britannica Abigail Dalton (Suranne Jones) e la presidente francese Vivienne Tous-saint (Julie Delpy). Il loro vertice di cooperazione viene bruscamente compromesso da un rapimento: viene sequestrato il marito della premier Dalton e i responsabili ne chiedono le dimissioni immediate. Parallelamente, anche Tous-saint subisce un ricatto che la costringe a scelte difficili. Ne nasce un’alleanza forzata tra le due leader con visioni politiche divergenti, chiamate a collaborare davanti agli occhi del mondo intero per sventare un complotto di cui non conoscono la portata.
La centralità dei personaggi femminili
La forza della serie risiede proprio nella centralità femminile. Due donne al potere, fragili e determinate, messe a confronto con conflitti pubblici e privati: Dalton con il padre (James Cosmo), Tous-saint con il marito. I personaggi maschili, pur relegati a ruoli secondari, non sono mai caricaturali, ma funzionali alla narrazione. Hostage intreccia bene il thriller politico con uno sguardo sul ruolo delle donne nella leadership europea, sottendendo fatti di attualità come la fragilità dei rapporti diplomatici.
Gli autori
La regia, essenziale e priva di eccessi autoriali, privilegia la tensione dialogica tra Jones e Delpy, costruendo momenti quasi teatrali senza ridondanze. Il risultato è una miniserie meno spettacolare ma più credibile rispetto a produzioni statunitensi come The Diplomat, con cui inevitabilmente si confronterà. Le due protagoniste, antitetiche e complementari, offrono uno spaccato della politica internazionale visto da una prospettiva finalmente lontana dalle dinamiche machiste. Con grande equilibrio, Hostage si conquista un posto di rilievo tra le prime uscite dell’anno, meritatamente ai vertici del nostro indice di gradimento. Un esordio che lascia presagire sviluppi futuri, forse persino un sequel.
