Il Made in Italy? Si fa anche in carcere con la Cooperativa Alice

Lavoro solidale allo Stadera con un laboratorio di sartoria d’eccellenza per dare lavoro e dignità a donne in situazioni di disagio, violenza o detenzione

Lavoro solidale allo Stadera con un laboratorio di sartoria d’eccellenza per dare lavoro e dignità a donne in situazioni di disagio, violenza o detenzione

di Luisa Taliento

Laboratorio artigianale della Cooperativa Alice in zona Stadera dal 1992.

Alice è un nome perfetto perché, come la protagonista del celebre romanzo, simboleggia il coraggio di attraversare il buio, la forza di immaginare un futuro diverso e credere nelle seconde possibilità. Fin dalla sua nascita nel 1992, la Cooperativa Alice, che ha sede in zona Stadera, ha dimostrato come la restituzione di dignità attraverso il lavoro non sia solo un modello possibile di business efficace ma un investimento sociale utile per tutti.

Motivo per cui la sua presidente, Caterina Micolano, è stata premiata nel 2023 per la categoria “Donne per il Sociale” come artefice del miglior progetto di empowerment femminile, ovvero di emancipazione, nel panorama delle imprese sociali nazionali. E i numeri parlano chiaro: dalla fondazione a oggi ha consentito a più di 750 donne emarginate di raggiungere l’indipendenza economica. I laboratori artigianali di Alice sono attivi all’interno delle sezioni femminili (e non solo) delle carceri lombarde, con l’idea di allargare questo modello anche in altri penitenziari italiani. 

Imparare un’arte manuale

«In questo momento – racconta Caterina Micolano – siamo molto impegnati con l’avvio del progetto di Ethicarei nel carcere di Bollate, dove abbiamo inaugurato l’Academy, un laboratorio sartoriale gestito da noi in cui le detenute ricevono una formazione professionale di alto livello in ambito tessile, grazie alla collaborazione con maestranze provenienti da aziende del lusso e istituti di design come lo IED, l’Istituto Europeo di Design».

Laboratorio artigianale Cooperativa Alice: lavoratrice con macchina da cucire elettronica.

«Si tratta di un progetto che stiamo implementando anche con altre sartorie sociali che lavorano in diversi penitenziari, come quello della Giudecca, Pozzuoli, Bologna, Torino. Tra queste ci sono piccole realtà che fanno lavori artigianali di altissimo livello, come le serigrafie di Extra Liberi, che mette al lavoro i detenuti e le detenute del carcere Lorusso e Cutugno di Torino, o i ricami, che sono quasi opere d’arte, della cooperativa sociale Manusa di Pistoia, che lavora con i rifugiati».

«L’obiettivo è di creare una filiera del lusso etico, realizzando prodotti di qualità, oltre che sostenere le donne a imparare un mestiere, permettere a loro di  tornare a essere soggetti attivi dell’economia, diffondere il knowhow italiano».

Filiera del lusso etico

Si tratta di realizzazioni di sartoria con il confezionamento per conto terzi (anche grandi marchi di moda, tra cui Aspesi, Giorgio Armani, Chloè, Cappellini e Porro per il design) di collezioni donna, toghe per avvocati e magistrati, pelletteria e accessori, comprese borse, zaini, piccola pelletteria. E poi anche dell’ideazione di gadget per aziende, fiere, eventi, ricami, stampe, linee per le scuole e le istituzioni.

La selezione delle lavoratrici, che vengono equamente retribuite, avviene in carcere attraverso colloqui volti a comprendere la propensione allo studio, alla lavorazione manuale, alla difficoltà di lavorare su modelli molto complessi che richiedono coerenza e precisione, per ottenere un capo impeccabile.

Alcune delle loro storie si trovano nella sezione video della Sartoria San Vittore (www.sartoriasanvittore.com). C’è Maria Teresa che ha imparato nel carcere di Monza, c’è Eliana, che arriva dal Perù e ama realizzare le toghe ma ha una passione per il ricamo e il macramè. Raccontano tutte insieme che nella sartoria c’è molto da lavorare, ma che c’è anche il tempo per fermarsi verso le dieci per un caffè e fare due chiacchiere, come una grande famiglia.  

Interno del laboratorio della Cooperativa Alice.

Sostenibilità sociale

Oltre ai laboratori artigianali all’interno delle carceri lombarde, la Cooperativa Alice ha anche una sartoria esterna, guidata da designer e leader del settore, che ha permesso a centinaia di donne di raggiungere l’indipendenza economica. Nel 2020 ha ottenuto un totale ricavi di oltre 350 mila euro e gli utili vengono reinvestiti totalmente in percorsi di formazione e inclusione lavorativa, per combattere la recidiva di reato. Secondo gli studi, infatti, la possibilità di imparare un lavoro, abbassa la recidiva del crimine del 18 per cento).

«L’integrazione del mondo delle imprese profit e quello delle realtà sociali è ormai una realtà, anche perché prevista dalla legge, che consente alle aziende di trarre benefici fiscali», conclude la Catalano. «Sempre più brand internazionali sono alla ricerca di soluzioni produttive coerenti con i temi della sostenibilità richiesta dal mercato. Per molti marchi del lusso il “Made in Italy” rimane la scelta qualitativa e di mercato più opportuna soprattutto se possono contare su filiere produttive etiche come la nostra, che è stata la prima realtà produttrice italiana certificata dal marchio Fair Trade».

«Con la World Fair Trade Organization stiamo cercando di creare un Made in Italy certificato. Io sono fiduciosa perché gli spazi ci sono e nel profit si sta creando molta competenza e motivazione sulla sostenibilità. Non vuol dire che nelle aziende ci siano i “santi”, ma ci sono persone che fanno la differenza. Noi abbiamo la storia, ma le aziende hanno gli strumenti, i designer e i creativi. Se crei un sistema i benefici arrivano a chi ne fruisce in termini di prodotto e a chi l’ha generato. È una sfida anche culturale e noi abbiamo le competenze per affrontarla».

Informazioni

Coop. Sociale Alice, Via Anton Giulio Barrili 17, 20141 Milano

Tel. 02 82783398. www.cooperativalice.it






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