Milano non è New York (non ancora)

L’effetto Mamdani che molti vorrebbero su Milano, ma che per ora non ci sarà. E parte del motivo, siamo proprio noi

zohran mandani a Milano

Mercoledì mattina, tram 33 direzione Lambrate.
Sul telefono scorrono le immagini di Brooklyn: festa, gente che balla, clacson che suonano, un ragazzo di 34 anni — Zohran Mamdani neo eletto sindaco di New York — che pronuncia la frase che in poche ore diventerà un manifesto: «Il futuro è nelle nostre mani».
Attorno, nel tram milanese, nessuno parla.
Qualcuno controlla i messaggi di lavoro, altri scorrono annunci di stanze in affitto da 900 euro, altri ancora guardano fuori dal finestrino, come se cercassero un’altra città dentro questa stessa città.

Eppure, qualcosa di simile al flow di New York si muove anche qui, in modo più silenzioso ma non meno reale.
Perché la Milano che conosciamo, quella efficiente e competitiva, sta diventando sempre più inaccessibile a chi la abita davvero.
Non serve essere socialisti o elettori Dem per accorgersene: basta provare a trovare una casa, a iscrivere un figlio a un asilo, a sopravvivere con uno stipendio medio in una città che da tempo ragiona solo in termini di alto profilo, alta gamma, alta rendita.

Le stesse crepe, ma meno rumore

New York ha eletto Mamdani sull’onda di tre crisi: quella del costo della vita, quella culturale accentuata dalle sensibilità legate al conflitto di Gaza e quella politica che ruota intorno all’ombra di Trump.
A Milano, la prima di queste crisi — quella economica e abitativa — è la più visibile, e la più studiata.
Gli affitti continuano a salire, i redditi non tengono il passo, e chi prova a chiedere politiche diverse viene trattato come un guastafeste.

La differenza è che a New York quella tensione è esplosa in una mobilitazione politica, mentre a Milano rimane dispersa: nei comitati, nei collettivi, nei sindacati, ma senza un linguaggio comune che la trasformi in progetto.

Il malessere c’è, ma non trova un corpo, un volto, una narrazione condivisa.

Un linguaggio che la città non parla più

Mamdani ha vinto anche per il modo in cui ha parlato.
Ha usato parole elementari, dirette, che toccano la vita quotidiana: affitto, trasporto, pane, scuola.
Milano, invece, è diventata la capitale dei tecnicismi: rigenerazione urbana, housing sociale, piani strategici.
È una lingua da conferenza, non da tram o da mercato.
Il rischio è che la politica cittadina, anche quella che si professa progressista, parli solo a chi è già dentro il sistema, lasciando ai margini chi ne è tagliato fuori ogni giorno un po’ di più.
Forse servirebbe tornare a chiamare le cose per nome: diritto a vivere, diritto a restare, diritto a respirare dentro la città.

La città che si critica senza cambiare

Milano è un paradosso: si racconta come la capitale del dinamismo, ma è anche la città dove la mobilità sociale si è fermata.
Chi la abita la critica con lucidità, ma spesso senza volerla cambiare davvero.

È un luogo dove chi denuncia il carovita lavora negli stessi settori che lo alimentano: comunicazione, moda, design, tecnologia.

Una città che trasforma il disagio in estetica, e il conflitto in contenuto.
New York lo ha politicizzato.
Milano lo ha monetizzato.
Molti milanesi vivono contraddizioni quotidiane: lavorano nella creatività, nel digitale, nei servizi alle imprese e sono i primi a lamentarsi del carovita, ma sono gli stessi che alimentano quell’economia che lo produce.
È la “classe creativa precaria”, più vicina a un disagio esistenziale che politico.

Effetto Mamdani? No, non ancora, ma qualcosa si muove

Perché accada un “effetto Mamdani” serve una condizione precisa: che la frustrazione diventi partecipazione, che la precarietà non sia solo un argomento da aperitivo, ma una piattaforma politica.
Ad oggi Milano non è ancora lì.
È una città che sente il peso del proprio benessere e la fatica di mantenerlo, ma che non ha ancora trovato il coraggio di dire che così non può durare.

Eppure qualcosa si muove: nei quartieri dove la vita collettiva resiste, nei progetti sociali, nelle reti civiche, in chi prova a restare umano dentro un modello che si è fatto troppo veloce perfino per sé stesso.

Milano non ha un Mamdani, ma ha le sue Brooklyn: spazi dove le persone sperimentano forme di convivenza, mutualismo, partecipazione.
Non sono ancora un movimento politico preciso, ma potrebbero diventarlo.

Guardando Mamdani sul palco di Brooklyn, viene spontaneo chiedersi se anche Milano un giorno riuscirà ad alzare il volume.
Per ora resta una città che sussurra, come se avesse paura di disturbare qualcuno.
Ma forse, prima di gridare, bisogna imparare ad ascoltare — e a ricordarsi che una città non è fatta da chi la possiede, ma da chi la tiene in vita ogni giorno.

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